La Luce in Architettura

Da qualche anno si sta sviluppando un’attenzione crescente nei confronti della luce artificiale in architettura. 

A determinare tale orientamento è la volontà di restituire alle città la vivibilità, consentendo

ai cittadini di riappropriarsi degli spazi urbani e di goderne, non solo per i loro aspetti

funzionali ma anche per il loro valore estetico.

Naturalmente di questa rivalutazione dell’arredo urbano trae beneficio il richiamo turistico.

Si è scoperto, o forse riscoperto, che la luce artificiale può essere sfruttata come “parametro

di definizione spaziale” e che, rispetto alla luce naturale, essa offre una maggiore possibilità

di “manipolazione”. Infatti la luce artificiale, oltre ad essere un elemento integrante dello

spazio, modifica, sfruttando fenomeni ottico-percettivi, la percezione della “distribuzione

spaziale”.

 

Cerchiamo di approfondire questi concetti. 

La luce visibile altro non è che la testimonianza

esteriore, il segno tangibile, di processi di trasformazione della materia nei quali viene

liberata energia. Intervenire con la luce in un ambiente significa modificare lo spazio in cui

l’uomo si muove, creando nuove percezioni di paesaggio e di atmosfera.

La materia luminosa, infatti, si percepisce solo con gli occhi ma viene elaborata e in parte

trasformata in un’esperienza fisica e parafisica che coinvolge totalmente il corpo e le

emozioni. È la luce che ci permette di cogliere il ritmo costante del tempo e l’ineluttabile

succedersi di giorno e notte.

È la luce che ci lega allo spazio e alla presenza delle cose che ci circondano.

Il peso relativo attribuito alle informazioni che riceviamo visivamente è enorme e supera di

gran lunga l’importanza dei dati che percepiamo con gli altri mezzi sensoriali.

 

Per la sua capacità di plasmare superfici, modellare volumi, strutturare e delimitare gli

spazi, la luce assume un potere che va molto al di là della sua capacità di rivestire ed

avvolgere l’oggetto; essa diventa in realtà un mezzo costruttivo, efficace ed incidente.

Oltre ad una valenza fisica la luce ha però anche un potere emotivo.

Essa genera sensazioni spaziali con una forte influenza fisiologica e psicologica tanto da

rendere legittima la definizione di “linguaggio luminoso”, una definizione che comprende i

fenomeni ottico-visivi capaci di determinare un rapporto comunicativo fra spazio ed

intelletto, attraverso la percezione visiva stessa.

 

Nell’ambito dell’architettura il confronto fra psiche e fisicità avviene anche attraverso il

colore. Infatti ognuno di noi concorderà con la constatazione che la luminosità di un

ambiente non è indipendente dai suoi colori e dalle sue superfici.

La luce riflessa dalle superfici e quella emessa dalle sorgenti luminose interagiscono nel

produrre lo spettro che viene percepito dall’occhio.

Poiché colori e superfici influenzano in modo determinante l’illuminazione di uno spazio,

una buona illuminazione non può venire progettata senza considerare le caratteristiche

dell’ambiente stesso e soprattutto i colori in esso presenti.

Tuttavia ridurre questa realtà ad una pura legge fisica è impossibile; i fenomeni fisici del

colore, la pigmentazione e la luminosità, possono essere studiati e razionalizzati.

Ma è molto più difficile trovare le leggi generali che spieghino il riflesso emotivo che

individui diversi hanno di fronte alla stessa realtà visiva oppure rispetto a diversi aspetti

cromatici.

 

In questo anche l’arte gioca un ruolo importante. 

Con una panoramica sul passato scopriamo che la luce è stata espressa in modi diversi.

Per l’impressionismo la luce è irradiazione.

Nel “puntinismo” la luce crea densità e trasparenza, rendendo vibrante lo spazio.

Nel “cubismo” invece la luce è direzione e viene assorbita dall’oggetto, per trasformarsi in

colore dalle tonalità chiaro e scure.

Esiste dunque un’evoluzione del linguaggio luminoso che diventa comunicazione attraverso

la percezione visiva.

Dunque è solo in teoria che le proprietà espressive dell’oggetto architetturale si basano sulle

proprietà visive dell’oggetto stesso. In pratica infatti la consapevolezza visiva di queste

proprietà è determinata dal modo in cui l’oggetto è illuminato.

 

Quali sono dunque i criteri a cui attenersi nel progettare tale illuminazione? 

La prima regola è usare la luce come guida del processo percettivo, sfruttando la sua

capacità di “sottolineare” lo spazio.

La luce diviene così il tramite fra l’oggetto e la sua forma, modulandone i contorni e

drammatizzandone i limiti spaziali.

È proprio in architettura che questa regola può essere sperimentata con maggiore successo.

La seconda regola è ricordarsi di usare il potere cromatico della luce, innescando il

complesso gioco di riflessi e superfici che, con infinite possibilità di modulazione,

arricchisce la percezione volumetrica dell’architettura.

Inoltre può essere utile ricorrere anche alle capacità grafiche della proiezione luminosa, una

forma espressiva che da qualche tempo si va imponendo con crescente successo.

La luce artificiale diventa cosi una nuova “materia” che può essere d’aiuto ad enfatizzare le

linee dell’architettura, stimolando occultamente la nostra psiche, modificando la percezione

della tridimensionalità dell’oggetto e conferendogli una magia che altrimenti non avrebbe.

Accade così che, seppure la forma dell’oggetto risulti ancora riconoscibile nelle sue linee

generali qualsiasi sia la condizione di luce, i dettagli di tale forma, le particolarità della

superficie, la percezione delle ombreggiature diventano elementi che dipendono dal modo

in cui l’oggetto è illuminato.

 

Concludendo, quando progettiamo un impianto illuminotecnico per un’applicazione

“architetturale”, teniamo sempre presente che illuminare non significa soltanto dare la

giusta quantità di luce all’oggetto o all’ambiente, bensì usare lampade e corpi illuminanti

per modificare, controllare, misurare e interpretare lo spazio che ci circonda. 

È così che la progettazione illuminotecnica da fredda applicazione di dati prestabiliti,

diventa una scienza basata sull’intuizione e sulla riflessione e, in una certa misura, diventa

un’arte applicata. 

Uno studio approfondito per illuminare un elemento architetturale deve essere preceduto da considerazioni oggettive quali:

- proprietà architettoniche dell’opera

- caratteristiche dei materiali da costruzione impiegati

- stato di illuminazione della zona circostante dove il monumento è ubicato

- distanze dalle quali il monumento deve risultare visibile

- scelta del tipo e numero di apparecchi illuminanti da installare

- determinazione della potenza di lampada per ogni apparecchio

- temperatura di colore delle lampade e efficienza luminosa

- studio e scelta della resa cromatica

tenendo in considerazione le caratteristiche psicologiche del colore

Questi concetti generali che, sembrano essenzialmente teorici,

acquistano invece un importanza fondamentale sul piano pratico

della progettazione di impianti di illuminazione di monumenti o di strutture architettoniche.

L’illuminazione di strutture architettoniche deve considerare,

il contrasto tra la luminanza dell’oggetto della visione

e la luminanza dello sfondo su cui l’oggetto stesso si profila.

Bisogna valutare l’effetto architettonico che si desidera realizzare

e stabilire il valore dell’illuminazione attraverso

un sapiente calcolo delle luminanze e il coefficiente di riflessione delle superfici.

E’ fondamentale la giusta scelta delle sorgenti luminose,

poiché il colore della luce deve risultare omogeneo

con le tonalità di colore prevalenti delle superfici da illuminare è necessario quindi

considerare la temperatura colore di:

  • 4000-6000 K per calcestruzzo marmo e granito
  • 2000-3000 K per mattone rosso e rivestimento in cotto.

 

Caratteristiche psicologiche del colore:

 

Colore                   Resa psicologica

rosso                     calda luminosa           eccitante

arancio                  calda vivace       stimolante

verde                      rilassante             molto calmante

blu                          riposante             calmante

viola                        triste                     aggressivo nervoso

bianco                    liberatoria           sovraeccita

 

Gli apparecchi di illuminazione comunemente impiegati nell’architetturale sono proiettori a

fascio largo, medio, stretto, rispettivamente con ampiezza del fascio luminoso di 60°, 30°, 15°.

I primi utilizzati per illuminare superfici distanti 20 metri,i secondi vengono impiegati per distanze comprese tra i 20e i 40 metri,per distanze superiori si usano proiettori a fascio stretto.

Gli apparecchi non devono essere disposti ortogonalmente alla superficie da illuminare, ma in modo che gli angoli di incidenza sulla facciata siano diversi, questi possono essere collocati:

- su sostegni da installare appositamente

- su tetti o terrazzi di edifici adiacenti alla struttura da illuminare

- alla base della struttura

facendo particolare attenzione alla collocazione per evitare il pericolo di abbagliamento,l’inquinamento luminoso e il flusso luminoso che possa disturbare attività diverse.

Fino a qualche anno fa si usavano principalmente proiettori con riflettore cilindro-parabolico per illuminare distanze non elevate, e riflettore sfero-parabolici per grandi distanze, inoltre le lampade impiegate generalmente erano al Sodio con una emissione monocromatica tendente all’arancio.

Da qualche tempo invece vi è una inversione di tendenza nell’applicazione concettuale di questo tipo di apparecchi e di lampade, da quando le aziende produttrici di proiettori intelligenti hanno spostato il campo della ricerca e delle applicazioni tecnologiche dei loro prodotti nel settore architetturale conseguendo ottimi risultati e immettendo sul mercato proiettori capaci di avere funzionalità elevata, buona resa luminosa, eccezionale resa cromatica.

Una completa gamma dei colori usando il collaudato CMY e la possibilità di avere un microprocessore all’interno del proiettore che ne imposti automaticamente fasi di accensione spegnimento e cambio automatico dei colori. 

Il risultato che si ottiene con questi proiettori di ultima generazione per l’architetturale è di avere quasi sempre una corretta illuminazione e la scoperta di elementi particolari, che, per la loro ubicazione,sarebbero poco conosciuti o ignorati.

Con essi si ha un uso pittorico della luce per creare opere d’arte immateriali prodotte dalla manipolazione dei fasci luminosi che diventano entità malleabile e plasmabile. 

Nel 1923 Le Corbusier,affermava che l’architettura è il gioco sapiente dei volumi assemblati sotto la luce.

Le ombre e le luci rivelano le forme, piene o scavate, emergenti o in profondità, nel loro globale assemblaggio reciproco.

 

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